La libertà di essere ebrea

Per anni ha taciuto la sua storia, custodendola dolorosamente nei propri ricordi. Poi è riuscita ad abbattere il muro di silenzio e diffidenza e, da lì, la decisione di raccontarla: prima all’amore della sua vita – Alfredo, l’uomo che sarebbe diventato suo marito e padre dei suoi tre figli; non molto tempo dopo, al resto del mondo. Martedì 22 gennaio 2019, allo Spazio Matta di Pescara, con una lavagna nera ed un’interpretazione toccante, l’attrice Serena Di Gregorio (diretta dal regista Antonio G. Tucci) ne ha ripercorso le tappe salienti per le classi quinte del nostro Liceo. È Liliana Segre la protagonista di questa storia unica ma allo stesso tempo comune: come lei e la sua famiglia, infatti, milioni sono state le vittime dell’orrore della Shoah e della violenta morsa antisemita che ha attanagliato l’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Nata a Milano nel 1930, Liliana ha solo otto anni quando conosce per la prima volta la brutalità dell’antisemitismo. Con l’emanazione delle leggi razziali fasciste (5 settembre 1938), la Segre viene infatti espulsa dalla scuola elementare che frequenta, con l’unica “colpa” di essere ebrea. Il padre tenta di convincere la sua insegnante, la maestra Cesarina, a far riammettere la figlia in classe, ma la freddezza con cui la donna se ne lava le mani ferisce Liliana come uno schiaffo in pieno volto. Da quel momento in poi, sarà quella stessa freddezza, sotto le mentite spoglie dell’indifferenza, a camminarle fianco a fianco, quotidianamente. La vede riflessa negli sguardi di quelle amiche, di quei conoscenti e di tutti coloro che un tempo le erano vicino e che ora, invece, le voltano le spalle, la allontanano. La isolano. Negli anni che seguono, il clima in Italia si fa sempre più soffocante per gli ebrei. Nel 1943, Alberto tenta la fuga in Svizzera, dove spera di trovare rifugio, insieme alla figlia e ai due anziani cugini. Ma quando arrivano al confine, le guardie svizzere non si lasciano muovere nemmeno dalle suppliche di Liliana: li respingono, deridendoli. Negano loro la possibilità di salvarsi. Il giorno dopo, i quattro “fuggiaschi” vengono arrestati. Finiscono nel carcere di San Vittore, a Milano, dove rimarranno quaranta giorni. Ogni notte Liliana sente suo padre, inginocchiato accanto al suo letto, scusarsi con lei per averla messa a mondo. Lui, che è un padre amorevole, e che l’ha cresciuta da solo dopo la morte della moglie Lucia, scomparsa quando la figlia aveva solo un anno. Il 30 gennaio 1944, Alberto e Liliana Segre sono tra i seicento ebrei che partono dal Binario 21 della stazione di Milano Centrale per essere deportati al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Al loro arrivo, padre e figlia vengono subito separati, inaspettatamente: il loro è un saluto doloroso ma veloce, convinti come sono che di lì a poco si rivedranno. Ma quella, purtroppo, sarà l’ultima volta che si vedono: Alberto Segre muore ad Auschwitz quel 27 aprile, senza aver mai potuto dire addio alla figlia. Nel gennaio 1945, Liliana e gli altri detenuti vengono fatti evacuare da Aushwitz, per affrontare la sfiancante marcia della morte verso il campo di concentramento di Malchow. Qui, i sopravvissuti verranno liberati dall’Armata Rossa il 1° maggio 1945: Liliana è una di loro. Quel giorno ha la possibilità di uccidere uno dei suoi aguzzini, il comandante del campo: vede cadergli la pistola, la impugna, fa per sparare. Ma poi si ferma: lei non è come i suoi carnefici, pensa. E allora lascia andare la pistola e va via. Perché lei è diversa: lei è libera, e la vendetta non servirebbe a nulla. Rientrata a Milano, il ritorno alla normalità si rivela una sfida, una lotta continua contro se stessa e gli altri, contro la depressione in cui sprofonda per anni. Contro il silenzio a cui le circostanze del dopoguerra la costringono: nessuno è disposto ad ascoltare la sua storia, tutti vogliono dimenticare gli orrori della Guerra, andare oltre, ricominciare. Fino all’incontro con il marito Alfredo, anche lui sopravvissuto ai campi di concentramento. È anche grazie a lui se oggi Liliana, ottantotto anni, racconta instancabilmente la sua storia al mondo, con la speranza e l’obiettivo di mantenere in vita la memoria di quell’orribile pagina della storia dell’umanità che è la Shoah, e che lei ha vissuto sulla propria pelle. Non ha mai saputo darsi una spiegazione, non è mai riuscita a capire come un qualcosa di così disumano sia potuto succedere, sotto lo sguardo indifferente, ma consapevole, del mondo intero.

CHIARA DELLI ROCILI 5Bsa

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