“Il corpo del reato” grida giustizia

Una storia di diritti umani violati ed omertà. A raccontarcela è il giornalista Carlo Bonini, che ne ha fatto un libro, “Il Corpo del reato”, e che il 26 novembre 2018, presso l’Aula Magna, ha tenuto un incontro con le classi del nostro Liceo. Una storia il cui inizio risale al 22 ottobre 2009, quando il trentunenne romano Stefano Cucchi, tossicodipendente, viene trovato morto nel suo letto d’ospedale all’Istituto Sandro Pertini di Roma. Solo una settimana prima, Stefano veniva fermato da alcuni carabinieri e trovato in possesso di droga e, durante la custodia cautelare in carcere, veniva picchiato selvaggiamente dagli agenti e ridotto in gravi condizioni. Il giovane moriva sette giorni dopo per cause presumibilmente ricondotte proprio al pestaggio. Nel suo libro, Bonini ci racconta quello che è stato – ed ancora è –  il dopo la morte di Stefano: un percorso tutto in salita, segnato dalla lunga battaglia della famiglia del giovane e dalla tenacia della sorella, Ilaria Cucchi, con l’obiettivo di portare alla luce la verità ed ottenere giustizia. O, quantomeno, le risposte agli interrogativi più insidiosi.  Una verità che, altrimenti, sarebbe rimasta sepolta nei meandri dell’ingiustiziaitaliana e nascosta dietro il murodell’omertà, che tuttavia, in questi nove lunghi anni, è andato piano piano abbattendosi. Oggi, comunque, non si può ancora parlare di “giustizia fatta”. Infatti, nonostante siano venute a galla molte incongruenze e siano stati smascherati diversi tentativi di insabbiamento, troppe domande non hanno ancora trovato una risposta, come troppe sono le bocche che ancora tacciono.  Nell’incontro, Bonini ha aperto un’ampia parentesi proprio sulla necessità di combattere contro il silenzio ostile, che più di tutto ostacola la ricerca della giustizia. Il messaggio che ha voluto portare è che è proprio nell’andare a fondo, nell’indagare, nel domandarsi e nel domandare, ma soprattutto nel dare valore ad una morte come quella di Stefano, che dobbiamo ricercare e trovare il senso della democrazia. Anche se si tratta di una morte che è tutto tranne che democratica, che è un chiaro esempio di diritti umani ripetutamente violati, di distinzione tra esseri umani, di abuso di potere da parte di quei rappresentati dello Stato che invece dovrebbero tutelare i cittadini. Perché “quel drogato” di Stefano Cucchi, potrebbe essere ognuno di noi, o nostro fratello, un nostro cugino, un nostro amico. La sua storia potrebbe essere la nostra, e vale la pena ricordarla, capirla, e non banalizzarla o tapparsi le orecchie di fronte ad essa.

CHIARA DELLI ROCILI    V B sa

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