English life: Brighton

Ore 6:30. Sonno interrotto da una strana espressione, evidentemente straniera, ma solo in un secondo momento ci ricordiamo di essere nella patria del Fish and Chips e non in quella della Pizza. È così che ha inizio la nostra vita qui a Brighton: con le mega-colazioni e gli ambigui pranzi al sacco da ritirare dal frigorifero. Quando siamo pronti, armati di cappelli e sciarpe per affrontare il freddo gelido, usciamo per andare a prendere l’autobus. Un rapido sguardo a sinistra, poi a destra, poi ci ricordiamo della guida invertita quindi ancora a destra e poi a sinistra, prima di essere investiti da qualche suv nella confusione più totale. Arriviamo alla fermata dell’autobus: territorio sconosciuto, dove il ritardo non è ammesso perché i bus fanno di tutto per attenersi all’orario, ma l’autista non ci lascia salire proprio perché siamo in ritardo. Trenta secondi possono stravolgere la loro giornata. Ci tocca, quindi, aspettare la prossima corsa, il che non è un problema dato che ce n’è una tra cinque minuti (tanto per sottolineare l’efficienza inglese!). Arriviamo a scuola, dove incontriamo tutti i nostri compagni. Ore 09:00, iniziano le lezioni. Munendoci di una spiccata forza di volontà e di un pessimo caffè commerciale, diventiamo spettatori non paganti dello show che è la lezione, interamente in inglese e costellata da preziose perle di saggezza dialettali male interpretate dai professori inermi. 10:30, breve pausa sfruttata dai più coraggiosi, che si godono il perfetto clima English, quello per cui se non sei vicino ad una qualunque fonte di calore, che sia una delle tante marmitte immerse nel traffico o la luce quasi assente del sole, corri il rischio di morire assiderato. Il resto della mattinata passa in fretta, forse perché i loro incomprensibili scioglilingua ci hanno fatto divertire. A ora di pranzo le strade si dividono: i più coraggiosi, di nuovo, si avventurano in quello che è il pessimo cibo inglese e scelgono di consumare il loro tanto discusso “pranzo al sacco”, mentre gli altri optano per un fast food – KFC, McDonald’s o Subway che sia. I più furbi, però, sono al Brighton Pier a mangiare Fish and Chips, che è senza dubbio la scelta migliore. Ore 14:00: visita al Royal Pavilion. Ci ritroviamo davanti alla scuola, ma siamo costretti a partire un’ora dopo a causa di qualche inguaribile ritardatario… ed è qui che ci facciamo riconoscere dagli inglesi. Quando i nostri responsabili sono finalmente riusciti a contarci tutti – e a perdere la pazienza nel farlo – ci avviamo verso l’ex residenza reale. Un’interminabile passeggiata lungo le strade di Churchill Square, il centro della città, qualche occhiata qua e là durante il tragitto e, nel frattempo, il freddo continua a mietere vittime. Arriviamo in anticipo di mezz’ora, ma dal loro atteggiamento pare quasi che siamo in ritardo. Ci invitano ad aspettare fuori per organizzarci in gruppi ed entrare, come se non avessimo ancora avuto modo di apprezzare il gelo inglese. Un’altra mezz’ora per prepararci e ricordarci di non scattare foto, di non toccare nulla, di non guardare troppo gli oggetti di valore, altrimenti li consumiamo con lo sguardo. Riusciamo ad entrare e ci vengono consegnate delle radioguide, la loro organizzazione colpisce ancora. Il palazzo, o meglio, labirinto, è talmente grande da perdervisi dentro. Facciamo un giro per le varie stanze, con l’aiuto delle nostre inseparabili radioguide inglesi, poi arriviamo al negozio di souvenir. Compriamo un paio di magneti e qualche statuetta, giusto per farci venire la nostalgia quando saremo di nuovo in Italia. Poi siamo liberi. Anche qui le nostre vie si separano: la maggior parte dei ragazzi decide di andare a Starbucks, prendersi una cioccolata calda (avendo ormai capito che non è il caso di ordinare il caffè) e rilassarsi finché non è ora di tornare dalle famiglie, ma noi ci dirigiamo a Primark. Stabilito che vale la pena di soffrire al freddo per fare shopping in quel negozio, ci fiondiamo lì. Dopo averlo svaligiato con solo cinquanta sterline, notiamo che è ora di tornare a casa. Prendiamo l’autobus con la solita confusione a causa della guida invertita, ma riusciamo ad arrivare sani e salvi. Ore 19:00, la famiglia ci chiama per cenare. Sorpresi dal loro “ritardo” nel preparare la cena, li raggiungiamo a tavola con la lentezza di chi sta per consumare il pasto più disgustoso della sua vita, ma con la rapidità di chi ha paura di arrivare in ritardo ad un appuntamento con un inglese. La cena in famiglia è uno degli episodi più imbarazzanti della giornata, tra domande come: “Cos’avete fatto oggi?” o “Vi è piaciuto?”, ma è così che miglioriamo effettivamente la nostra pronuncia e il nostro inglese in generale. Al termine ci rendiamo finalmente utili sparecchiando e dimostrando loro di non essere poi così maleducati come credono. “Thank you, goodnight!”. E ora il meritato riposo. Doccia, telefonata ai genitori per comunicare loro che siamo ancora vivi e, infine, tutti a letto, sperando di sopravvivere ancora all’Inghilterra nei giorni successivi.

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Soraya Rajabi

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