È passato un anno e siamo ancora qui.

Era il pomeriggio del 4 marzo. Ero con le mie compagne di squadra e stava per iniziare Montesilvano- Pescara, gara di basket per il campionato under 18. Sarebbe stata l’ultima, ma non lo sapevamo. Avevamo saputo dei primi casi di Covid in Italia, il virus cinese era arrivato fino a noi; avevo visto a fine gennaio a Milano in un fine settimana molti asiatici con la mascherina. Mio fratello, che studia fuori sede, era tornato a casa da una settimana perché avevano chiuso le università, ma sembrava ancora tutto maledettamente normale. E invece, poco prima dell’inizio della partita, si sparse la notizia che dal giorno dopo le scuole sarebbero state chiuse per almeno una settimana. Ma, in realtà non riaprirono e quello era stato il nostro ultimo giorno del quarto liceo.

Le giornate prima erano pienissime: mattina a scuola, pomeriggio tra studio, allenamento e riunioni con gli arbitri. Sì, faccio anche l’arbitro di calcio. Ma ora, erano diventate vuote. Qualcuno cantava dai balconi, altri scrivevano dovunque “andrà tutto bene”. Ed io ho passato i mesi di marzo, aprile e maggio 2020 senza mai uscire di casa; il sole lo prendevo sul terrazzo. Ci siamo organizzati per allenarci insieme in video: chi sul balcone e chi in giardino. Facevamo salto alla corda, pesi, flessioni, finché una mattina, dopo qualche giorno è iniziata la Dad, che sopperisce ad un vuoto, ma non lo colma. Meglio di niente. Ma non era andare a scuola.

In estate, abbiamo dovuto accettare il fatto che l’anno scolastico era andato così così, come i campionati, i compleanni e tutta la primavera. Niente Galiday, niente gita, non ci siamo più rivisti con i ragazzi delle classi quinte. Poi, noi delle quarte, timidamente ci siamo è illusi che l’emergenza stesse finendo, e allora abbiamo iniziato ad andare al mare, a rivedere amici. In un baleno è arrivato luglio e abbiamo ricominciato a giocare a Beach volley e a racchettoni sulla spiaggia. Ma , certo niente viaggi programmati da tanto per l’ultima estate prima dell’esame. Eppure, qualcuno ha festeggiato il diciottesimo che aveva dovuto rinviare, qualcuno ha festeggiato perché nato in estate. Avevo quasi cominciato a credere di poterlo festeggiare anch’io il mio. E invece no.

Io ho festeggiato il mio diciottesimo compleanno il 27 novembre 2020, con una videochiamata dei miei amici organizzata da mio fratello la sera prima a mezzanotte: niente festa, niente serata, la torta, i fiori, i palloni. L’affetto di tutti famiglia e amici non è mancato, ma non era quello che avevo immaginato per quel giorno.

Dopo un inizio di anno scolastico in presenza, nel giro di un mese hanno richiuso la scuola e tutto il resto ed oggi, che siamo di nuovo a marzo, ci sono più casi di un anno fa e sinceramente non credo le cose cambieranno molto presto.

La pandemia è stata una disgrazia che ha colpito tutti: ognuno a suo modo, peggio è andata a chi si è ammalato, a chi ha perso la vita, ma è stata e continua ad essere una situazione disagevole per tutti.

In questi giorni dovevo essere a scuola, avremmo dovuto organizzare i 100 giorni prima dall’esame, la gita scolastica: dovevo essere in pieno campionato, ho lavorato sempre diligentemente per tutte queste cose e non è rimasto quasi niente. Quindi, raccontare la mia vita al tempo del Covid è abbastanza semplice: mi collego con la Dad, studio, leggo e aspetto tempi migliori, conscia  della perdita che sto subendo e che nessuno potrà risarcirmi, ma sono anche consapevole che la mia esistenza, tutto sommato, scorre lenta, ma più serena di chi ha dovuto anche combattere la malattia o ha perso persone care. Alcune generazioni sono più fortunate, altre meno, ai nostri nonni e bisnonni andò anche peggio, loro vissero la guerra, quindi cerco di farmene una ragione. Cerco di vedere, nonostante tutto, il bicchiere mezzo pieno. Ma a volte è difficile.

Sara Di Giovannantonio

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