Le frontiere le abbiamo create noi. Quelle eteree ed intangibili barriere psicologiche sono frutto esclusivamente dell’uomo e della sua matrice interpretativa della storia.
Concepite nel pensiero, partorite sulla Terra e sviluppatesi nel tempo, le frontiere abitano il globo terracqueo da quando un uomo, indefinibili anni fa, decise, forse astutamente, di delimitare la sua porzione di terreno chiamandola proprietà. Non meno scaltri furono coloro che seguirono il suo esempio, entusiasmati dalla novità della privatizzazione di un terreno ed incoscienti del suo sfuggente risvolto operativo. Scopriamo così, che tutto ciò a cui aggiungiamo un aggettivo possessivo diventa frontiera, ben nascosta nella sua interpretazione di proprietà.
Passò poco tempo prima che questa innovativa politica sociale si internazionalizzasse, e furono superflui i preoccupanti ammonimenti di lungimiranti filosofi come Locke e Hobbes. La concezione della frontiera, mascherata da proprietà privata, aveva già capillarmente invaso ogni angolo del globo e rimuoverla sarebbe stata un’ardua impresa.
Era ormai troppo tardi, quando la più destabilizzante frontiera della storia divideva Berlino e paralizzava il mondo intero. Non era semplice calcestruzzo: era, per noi occidentali, una impenetrabile barriera ideologica. Infatti, sebbene il muro di Berlino potesse costituire un illuminante precetto, noi umani da sempre antropologicamente indisciplinati e distratti, ne abbiamo ignorato la capillare rilevanza formativa. Conseguenza di ciò è l’atteggiamento perpetrato ed ancora imperante basato su idee preconcette, costruite più dalla mente dell’uomo stesso, che dalle varie entità geografiche dal medesimo oltrepassate.
L’evoluzione letterario-filosofica ci ha pertanto inconsapevolmente condotti ad interpretare quel che era una mera divisione materiale ad una frontiera prettamente e, forse, ingiustificabilmente, definibile come un’astrazione inconcludente.
Dino Buzzati, nel suo celeberrimo “Il deserto dei Tartari” , affronta il tema del viaggio in quanto itinerario di molteplici e variegate frontiere geografiche e culturali. Il suo protagonista, errante viaggiatore, si accorge di aver perso la direzione e inizia a sospettare di trovarsi in un intricato labirinto circolare, in cui le frontiere sembrano avvitarsi su se stesse. Questo ilare gioco matematico possiede, in realtà, la miglior chiave di lettura per decifrare il concetto di frontiera.
Essa è un costrutto evanescente, radicato esclusivamente nell’immaginario antropologico; si nutre di inveterati pregiudizi ed ancestrali preconcetti partoriti dalla psiche umana, destabilizzandone le capacità logico-cognitive. In realtà la spirale labirintica evocata dal Buzzati, incarna fedelmente il principio per il quale la frontiera è generata da noi stessi, fino quasi ad assumere la sua identità.
Quelle incorporee entità, figlie del pensiero, costruzioni sulla Terra e mutevoli ingranaggi del tempo, siamo in verità noi.
Le frontiere siamo noi.
Simone Di Francesco

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