È possibile, nel giro di pochi anni, dimostrare e affermare la parità di genere, realizzare i propri sogni e rivoluzionare per sempre un importantissimo campo della scienza? In molti direbbero che ciò è praticamente impossibile, ma il Premio Nobel Rita Levi-Montalcini è pronta a raccontare la propria storia.

Qual è stato il rapporto con suo padre, da lei descritto come “capofamiglia talvolta autoritario” che in un primo momento le impediva di proseguire gli studi all’università?

“Mio padre voleva bene alla nostra famiglia, ma era un uomo estremamente conservatore, dalla morale vittoriana. Perciò per lui le donne erano destinate alla vita matrimoniale, non erano adatte allo studio, nonostante ribadisse sempre l’importanza. Io gli ho dimostrato il contrario! A vent’anni mi “imposi” in modo più vigoroso: gli dissi chiaramente che non avevo inclinazione né per la vita matrimoniale né per avere figli e riuscii ad accedere all’Università di Torino. Cancellai le ultime titubanze di mio padre quando arrivai prima agli esami di stato per l’ammissione all’università”.

Una volta ottenuta la possibilità di studiare e laurearsi i problemi non sono finiti, poiché il regime fascista le impediva di esercitare la sua professione. Come ha ovviato a questo problema?

“Il manifesto razziale, pubblicato nel ‘38 ed entrato in vigore nel ‘39, impediva a tutte le persone di “razza ebraica” di poter insegnare o di poter lavorare in qualsiasi edificio pubblico, perciò dovetti arrangiarmi a casa mia: improvvisai un laboratorio nel quale conducevo esperimenti con uova di pollo, aghi da cucito e altri oggetti. Ero in una situazione abbastanza confusionale, ma riuscii a formulare le prime teorie in questo modo, quindi se dovessi tornare indietro certo non lo cambierei! Un’altra cosa che amo ricordare di quel periodo è che spesso gli squadristi passando e marciando nelle strade fissavano sui muri dei manifesti, una sorta di liste di proscrizione che comprendevano moltissimi scienziati, italiani e tedeschi soprattutto, di razza ebraica. Un giorno mio fratello, noto architetto in città, venne posto in fondo ad una di queste liste, mentre in testa appariva il nome di Einstein. Tornato a casa mi disse: “Rita, mi hanno messo insieme ad Einstein!”.

Dopo la guerra come ha continuato le sue ricerche?

“Dopo la guerra io e la mia famiglia tornammo a Torino e io continuai gli studi accademici in Italia finché nel 1946 il professor Hamburger, grande uomo, che avevo già avuto il piacere di conoscere all’università, mi invitò a confrontare i risultati a cui ero giunta nei miei esperimenti “casalinghi” con quelli del dipartimento di Zoologia della Washington University. Certo lì potei lavorare meglio, c’era la strumentazione adeguata, altro che gli aghi da cucito! Fu in quell’ambiente che feci la mia scoperta più importante, sulla quale avevo lavorato fin dall’università: il fattore di accrescimento nervoso”.

Quali vantaggi ha portato questa scoperta alla sua fama internazionale?

“Dopo il 1952 fui invitata a congressi, riunioni, lezioni di qualsiasi genere sia in Italia che negli Stati Uniti. Grazie a ciò riuscii ad aprire un gruppo di ricerche e diventai direttrice del Centro di Ricerche di Neurobiologia, che allora collaborava con la Washington University. Quindi, nel 1983, fui nominata presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla e dopo fui qualificata “super esperto” nell’Istituto di neurobiologia del CNR, dove lavoravo. Nella mia vita ho ricevuto ben 15 lauree honoris causa e mi hanno addirittura dedicato un asteroide, si chiama 9722 Levi-Montalcini! Certo l’apice della mia carriera fu il Nobel per la Medicina nel 1986, e poi la nomina a Senatrice a vita nel 2001”.

Dopo essere stata insignita di questi ambitissimi premi ha istituito una fondazione per stimolare lo studio dei giovani in campo scientifico, con particolare attenzione alle donne di etnia Tuareg in Africa. Cosa pensa a proposito dei giovani e del loro rapporto con la società odierna?

“Oggi, rispetto a ieri, i giovani usufruiscono di una straordinaria ampiezza di informazioni; il prezzo è l’effetto ipnotico esercitato dagli schermi televisivi che li disabituano a ragionare (oltre a derubarli del tempo da dedicare allo studio, allo sport e ai giochi che stimolano la loro capacità creativa). Creano per loro una realtà definita che inibisce la loro capacità di “inventare il mondo” e distrugge il fascino dell’ignoto. Invito i giovani a non concentrare l’attenzione solo su se stessi, a partecipare ai problemi sociali e fare proposte volte al miglioramento del mondo attuale. Ai giovani ricercatori suggerisco l’esperienza all’estero per poi tornare in Italia, sono convinta che il futuro della ricerca e dell’innovazione scientifica del paese risieda in loro”.
SAMUELE DEL GROSSO

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